Che la  abbia sempre guardato con una certa diffidenza verso la figura di Babbo Natale è cosa nota e osservabile ancora oggi. L’episodio più iconico di questa ostilità risale al 1951, quando nel cortile della cattedrale di Digione il parroco bruciò un’effigie di Babbo Natale davanti agli occhi attoniti dei bambini del catechismo. Ogni anno la polemica si ripresenta, come una brace mai spenta e pronta a riaccendersi, perché adombra un conflitto antico, quello tra religio e superstitio. E occorre fare attenzione: la superstitio non è sempre popolare, né sempre debordante, né necessariamente priva di fondamento storico o teologico. Nel condurre la crociata contro Babbo Natale, la Chiesa non di rado ha fatto proprie leggende metropolitane senza fondamento: che Babbo Natale sia un’invenzione della Coca-Cola, del consumismo, dell’ateismo… dimenticando paradossalmente che quel mito è nato nel suo stesso seno, da uno di quegli “amici di Dio” ‒ così  li definiva (in The cult of the saints, 1981) ‒ che da secoli offrono materia ai sacerdoti per catechesi edificanti. , infatti, è un santo della Chiesa. La trasformazione del vescovo di Mira in Santa Claus è una storia di emigranti: come i campani con , anche i cristiani dell’Europa settentrionale portarono con sé il proprio santo quando attraversarono l’oceano. Accade però che, quando le tradizioni ritornano in patria modificate dagli inevitabili processi di acclimatazione al nuovo continente, la Chiesa non le riconosca più e torni a combatterle come fossero culti spuri.

In ogni caso, il punto è che la guerra che la Chiesa ingaggia dagli altari contro Babbo Natale non fa bene alla società, e la speranza è che essa segua un decorso noto, osservabile nei secoli: dopo aver tentato in ogni modo di sradicare i culti considerati superstiziosi, quando non riesce a sconfiggerli, li risemantizza e li ingloba. Celebre è il caso della grotta della Sainte-Baume, in Provenza: luogo identitario irriducibile che il  non riuscì a estinguere e che fu infine inglobato attraverso una risemantizzazione ardita. Le gocce che trasudavano dalle rocce ‒ ritenute dalla popolazione locale taumaturgiche ab antiquo ‒ divennero il pianto della Maddalena dei Vangeli (cfr. A. Vauchez, Sulle orme del sacro, 2023).

Ciò che dovrebbe far riflettere è che questo conflitto tra una religione “alta”, che non vuole rinunciare a trasmettere i propri valori nel corso della festa, e una religiosità “bassa”, interessata invece a bilanciare il disequilibrio esistenziale evocato da ogni fine ‒ del tempo, dell’anno, della vita ‒ è sempre esistito. Prima dell’avvento del cristianesimo, tale inquietudine era resa evidente dal fatto che la festa del 25 dicembre era dedicata al Sol Invictus, il sole che non muore nel solstizio invernale ma rinasce; festività imposta dall’imperatore  (270-275 d.C.), che aveva preso il posto di quella più antica in onore di , cosmokrator padrone del tempo e dunque del calendario. Al di là delle variazioni imposte dal pantheon dominante, ciò che è interessante rilevare è la costante: i culti che, di volta in volta, hanno ottenuto la gestione del palinsesto festivo di fine anno hanno sempre ingaggiato una guerra contro la festa dei bambini. La polemica contro Babbo Natale non è che una variante di questo antico conflitto.

Alla fine del IV secolo, mentre  soffocava i culti tradizionali chiudendo templi, proibendo sacrifici e spegnendo il fuoco di Vesta, l’élite pagana trovava ancora modo di tuonare contro l’innocente tradizione dei doni ai bambini durante le antiche feste “natalizie” ‒ natalizie nel senso latino di Natalis, legate cioè alla nascita cosmica del Sole. È difficile per noi immaginare cosa dovette significare per gli uomini e le donne che vissero tra la fine del IV e gli inizi del V secolo trovarsi le porte dei loro templi sbarrate e i loro culti dichiarati fuorilegge. Come se oggi le suore assistessero alla rimozione forzata dei crocifissi dalle pareti dei loro monasteri; come se andando a messa la domenica trovassimo merci accatastate sugli altari dove un tempo abbiamo assistito alla celebrazione di battesimi, matrimoni e funerali; come un pellegrino che giungendo davanti alla basilica di S. Pietro in Vaticano la trovasse trasformata in cava di pietre e di marmi. Ebbene, in questo clima violento e apocalittico, gli ultimi sacerdoti della vecchia religione trovarono ancora modo di attaccare con sprezzo la “festa dell’infanzia gattonante”. Nei celebri Saturnalia di , il personaggio di Evangelus denuncia come imperdonabile frivolezza i Sigillaria, la giornata dei Saturnalia in cui si donavano bamboline di terracotta ai bambini. Per quell’élite, proprio come lo sarà poi per la Chiesa cattolica, la religione doveva trasmettere solo i nuclei teologici alti della festa.

Eppure le feste infantili ‒ Sigillaria, Natale,  ‒ rispondono a un bisogno ancestrale dell’uomo: addomesticare l’inquietudine della stagione oscura, quando la natura sembra morire e i morti sembrano tornare. E questo la Chiesa dovrebbe saperlo, perché ha sempre cercato, fin dai tempi più antichi, di occupare il palinsesto antropologicamente significativo delle feste di fine anno, cristianizzandone il linguaggio.

Il rito, in maniera privilegiata, permette la “presentificazione del passato”, per usare una celebre espressione di Aleida Assmann. Lo aveva detto, seppure da un’altra prospettiva, anche : è il rito a costruire la società (in Le forme elementari della vita religiosa, 1912). E i dodici giorni che intercorrono tra il solstizio d’inverno e le kalendae di gennaio sono quindi irrinunciabili, perché “di pericolosità cosmica”. Sono giornate in cui, nell’emisfero boreale, il sole perde il suo vigore e con le sue misere ore di luce ‒ nove da noi, sette nel Regno Unito, appena quattro in Islanda ‒ appare sconfitto. La sua debolezza rende difficile, a livello inconscio, mantenere fiducia nel ritorno dei ritmi vegetazionali consueti e in un corso propizio degli astra. Per tale ragione non si dovrebbero contrastare i festeggiamenti, i riti apotropaici, i doni augurali che s’infittiscono proprio nella speranza ancestrale di riuscire a compiere il grande esorcismo contro i phantasmata cui ogni limen dischiude sempre la strada. L’euforia, l’affratellamento, il bisogno di raggiungere chi è lontano o chi è solo non dovrebbero essere inibiti né derubricati a semplice e arrogante manifestazione del consumismo. Diceva : «credere nel rito vuol dire credere nella vita». Così come accettiamo che gli animali emettano strida martellanti e ululati agghiaccianti a ogni morire del giorno, dobbiamo fare i conti con l’ancestrale bisogno dell’uomo di scongiurare la minaccia del buio cosmico, l’ombra della sconfitta del lumen da cui dipende la vita sulla terra. Tutto è parte di un unico grande sforzo collettivo della nostra specie: non cadere nel gorgo di una soglia altamente liminale (cfr. , I riti di passaggio, 1909, 2012).

Immagine: Vetrata raffigurante San Nicola, vescovo di Mira, e i tre bambini posti nel sale, XIX secolo, Loris, Francia (27 gennaio 2025). Crediti: Joan Sutter / Shutterstock.com